GEOVA (Testimone di)

Il punto di vista della Chiesa dei Testimoni di Geova rispetto al tema della donazione e del trapianto, dopo una serie di successivi approfondimenti e ripensamenti,  presenta alcuni aspetti particolari.

E’ bene precisare che la terapia trapiantologica è permessa e non vi sono organi esclusi, e sia la donazione sia il trapianto in quanto tali non presentano aspetti di non conformità rispetto ai precetti religiosi.

Un seguace della Chiesa dei Testimoni di Geova può quindi essere sottoposto al prelievo di un organo o essere sottoposto a trapianto e la decisione è lasciata alla coscienza individuale.

L’unico reale problema è posto dal sangue: di fatto nella pratica clinica si riscontra non raramente la necessità di ricorrere a trasfusioni di sangue, soprattutto nel caso dei trapianti più complessi (di fegato, di cuore e di polmoni) per rimpiazzare le perdite ematiche che inevitabilmente accadono e garantire un adeguato equilibrio emodinamico.

Il divieto per i fedeli della Chiesa dei Testimoni di Geova di donare il sangue e, a maggior ragione di ricevere trasfusioni, è assoluto. Il sangue è simbolo di vita, ed in questo senso pone un problema. Infatti solo Dio può togliere e rimettere la vita, dunque solo Dio può toccare il sangue.

La prescrizione rispetto al sangue riguarda anche la possibilità di donarlo. Nessun testimone di Geova è donatore, poiché, in tal caso, metterebbe a disposizione sangue imperfetto. Mentre la Bibbia vieta esplicitamente il consumo di sangue, non c’è alcun comando biblico che vieti specificamente di introdurre nel proprio corpo organi appartenuti ad un altro corpo Il problema della trasfusione di sangue, sebbene indirettamente, limita prelievo e la donazione di organi, poiché ogni trapianto necessita di trasfusioni per facilitare l’evento terapeutico.

Dunque, se è vero che da un punto di vista teorico il trapianto è permesso, è vero anche che la reale possibilità di svolgimento della terapia varia di volta in volta rispetto al paziente e rispetto all’intervento, e spesso può comportare esiti differenti.

E’ importante sottolineare che questo particolare atteggiamento verso la trasfusione, a fronte della necessità di portare avanti interventi terapeutici sempre più complessi, ha nel tempo stimolato la ricerca di soluzioni alternative per conciliare queste esigenze contrastanti, valide ovviamente non solo in ambito trapiantologico ma in molti altri campi della chirurgia.

Si è consolidato il principio generale del “buon uso del sangue” per evitare inutili e pericolosi sprechi, limitando il ricorso alla trasfusione solo ai casi di documentata necessità.

Parallelamente sono state messe a punto diverse tecniche mirate a ridurre l’entità del sanguinamento intraoperatorio e a recuperare il sangue perduto, dalla microchirurgia al recupero intraopeartorio, all’emodiluizione e al predeposito.

Anche grazie a questo approccio è stato possibile eseguire non solo prelievi di organi ma soprattutto un certo numero di trapianti anche complessi senza ricorrere alle trasfusioni di sangue, nel rispetto della volontà del paziente.

Un aspetto delicato riguarda il momento dell’iscrizione in lista e del consenso: alcuni centri non ritengono di poter arruolare pazienti che rifiutano la trasfusione, con il rischio che l’intervento possa non andare a buon fine e di perdere una risorsa preziosa come un organo donato. Una situazione analoga si trova nella donazione da vivente, che non è di per sè vietata: alcuni centri non ritengono di poter accettare pazienti che in via preliminare non accettano di ricevere trasfusioni nell’eventualità di gravissimi sanguinamenti intraoperatori. Si tratta di un’evenienza rara, ma che non può essere esclusa in assoluto.


GRANT VERSUS HOST DISEASE

La GVHD – Grant Versus Host Disease è la complicanza specifica che si osserva nei pazienti sottoposti a trapianto allogenico di Cellule Staminali Emopoietiche ed è espressione di una complessa reazione immunologica delle cellule immunocompetenti del donatore nei confronti dei tessuti ed organi del ricevente. Si distingue la GVHD acuta (che insorge entro i primi 100 giorni dal trapianto) e la GVHD cronica che può manifestarsi più tardivamente.

GVHD ACUTA
Le manifestazioni cliniche della GVHD acuta sono caratterizzate principalmente dall’interessamento della cute, dell’intestino e del fegato. Il coinvolgimento della cute si manifesta come tipico eritema morbilliforme maculo-papuloso, che dalla tipica localizzazione al palmo delle mani e alla pianta dei piedi, si può estendere al volto, al tronco, alle radici e, successivamente, alla superficie degli arti.. La GVHD intestinale è caratterizzata dalla presenza di diarrea, malassorbimento e perdita imponente di proteine. Al fine di ridurre il rischio di GVHD acuta, vengono somministrati potenti immunosoppressori quali ciclosporina e methotrexate, prima, durante e dopo il trapianto.

GVHD CRONICA
La GVHD cronica, che insorge dopo i 100 giorni dal trapianto è una complessa sindrome a patogenesi immunologica, che si osserva con un’incidenza estremamente variabile dal 5% al 70% dei pazienti sottoposti a trapianto allogenico a seconda di numerosi fattori concomitanti, molti dei quali condivisi con quelli correlati alla GVHD acuta, la cui insorgenza è di per sé fattore favorente la GVHD cronica. E’ ormai ampiamente riconosciuta l’aumentata incidenza di GVHD cronica per l’impiego di Cellule Staminali Emopoietiche prelevate dal sangue periferico. Le manifestazioni della GVHD cronica possono aversi a carico di molti organi e tessuti: la cute e gli annessi cutanei, la mucosa del cavo orale e genitale, la congiuntiva, il tratto gastroenterico. I tessuti sono sovvertiti con un’ impronta fibrotica o atrofica, che ricorda altre malattie infiammatorie croniche. Il trattamento della GVHD cronica è basato sulla somministrazione di steroidi, in associazione o meno alla ciclosporina. Il trattamento di seconda linea della GVHD cronica resistente agli steroidi prevede, nell’ordine di più diffuso impiego, la fotoforesi extracorporea, l’anticorpo monoclonale anti CD20+ (rituximab), il micofenolato, gli inibitori della tirosin-kinasi (imatinib), la pentostatina.

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