LA CHIRURGIA DEI TRAPIANTI È LA PIÙ BELLA CHE ESISTA – IL LUMINARE DEI TRAPIANTI MICHELE COLLEDAN, FRESCO DI PENSIONE, SI RACCONTA

Il suo arrivo nel mondo trapianti è quasi casuale, ma è subito amore per “il ramo più affascinante della chirurgia”. Nella sua lunga carriera, ha raggiunto anche molti primati, per i quali – afferma – non ci sono segreti, ma piuttosto la capacità di saper estendere ad ambiti affini le conoscenze e le competenze acquisite. Le tecniche di perfusione extracorporea e gli studi sull’immunologia sono le prossime frontiere in materia di trapianti, mentre, dal lato della donazione, il muro dell’opposizione si abbatte con una politica sanitaria efficace che sappia valorizzare la logica di sistema e la ricerca. E se “senza un donatore, non c’è un trapianto”, è vero anche che “senza un trapianto, non c’è un donatore”, nel senso che solo una rete trapianti che funzioni può rendere effettiva l’espressione della volontà di donare. Così si racconta a riVivere il dottor Michele Colledan, fresco di pensione, coronata con un riconoscimento dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo al suo straordinario percorso professionale.

di Francesca Boldreghini

Ha lasciato uneredità indelebile nel mondo della medicina e della chirurgia e ha dato speranza a quanti non avevano altra via d’uscita, donando loro una nuova opportunità di vita: è quanto si legge nella targa consegnata al dottor Michele Colledan, il 23 novembre, nel corso della serata di presentazione de “Il Valore della Cura”, il bilancio dell’attività, dal 2019 al 2023, dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il riconoscimento allo straordinario percorso professionale del chirurgo di fama mondiale arriva a ridosso del suo pensionamento, il 12 ottobre scorso, dopo una vita spesa in prima linea nei trapianti.

Dottor Colledan, può raccontarci qualcosa dei suoi esordi nel mondo della chirurgia dei trapianti?

Il mio arrivo nel mondo della chirurgia dei trapianti è stato quasi casuale. Ho sempre sognato di fare il chirurgo, fin da bambino, ed è stato proprio questo sogno a farmi intraprendere gli studi di Medicina, per poi specializzarmi in chirurgia.

Terminato il mio percorso di formazione, mi si presentò l’opportunità di andare a lavorare in Francia, con un contratto di lavoro a tempo determinato di un anno, rinnovabile, e così mi trasferii. In Italia, era l’epoca in cui non c’era il numero chiuso per iscriversi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia e ciò causava un esubero nel numero dei medici. Le esperienze all’estero sono molto formative, ma serbavo sempre il desiderio di tornare, prima o poi, nel nostro Paese, complice mia madre, che mi iscriveva a tutti i concorsi che via via venivano indetti, negli ospedali italiani, per la posizione di chirurgo.

Fu così che, un giorno, si aprì una posizione presso il Centro trapianti di fegato del Policlinico di Milano, l’ospedale dove ero cresciuto come chirurgo. Ero molto combattuto, perché a quell’epoca, l’attività del centro, che era stato uno dei primi in Italia ad aver ottenuto l’autorizzazione ad eseguire il trapianto di fegato clinico, era numericamente del tutto marginale, anche se molto impegnativa. Le insistenze di mia madre, unite ai consigli di chi consideravo il mio punto di riferimento, mi convinsero ad iscrivermi al concorso, che vinsi.

Era il 1985 e avevo appena compiuto trent’anni. Rientrai in Italia piuttosto scettico: ancora non sapevo che stavo per vivere il più grande colpo di fortuna di tutta la mia vita professionale.

Trovai un’attività clinica ancora agli esordi – è vero –, ma estremamente affascinante e anche l’ambito dell’attività di chirurgia sperimentale fu un’incredibile palestra, sia culturale che tecnica. Ebbi la fortuna di poter collaborare con colleghi che già conoscevo, in un gruppo di lavoro formidabile: il direttore era Dinangelo Galmarini, il suo vice era Luigi Raniero Fassati e poi c’erano i miei coetanei, Giorgio Rossi, che succederà a Fassati, Bruno Gridelli, con il quale, poi, arrivai a Bergamo, prima che diventasse direttore dell’ISMETT di Palermo, e Luciano De Carlis, che attualmente è il Direttore del Niguarda Transplant Center. Per un lungo periodo, si unì a noi anche Gianfranco Ferla, che poi diresse, per molti anni, la chirurgia fegato-biliare del San Raffaele. Fassati, Gridelli e Ferla ebbero un ruolo molto importante nella mia formazione e con i colleghi più giovani, tutti molto motivati, determinati e competenti, c’era un grande affiatamento. 

Fu così che scoprii molto velocemente che quello dei trapianti era l’ambito più affascinante della chirurgia, almeno per me. 

Nella sua lunga carriera, che ha chiuso in qualità di Direttore Dipartimento di insufficienza d’organo e trapianti, lei ha raggiunto anche molti primati: è stato il primo chirurgo ad eseguire con successo la tecnica di divisione del fegato di un donatore, per trapiantare due pazienti adulti; per la prima volta in Italia, ha anche eseguito il trapianto polmonare, quello intestinale e quello multiviscerale addominale in bambini di età inferiore ai 10 anni. Inoltre, è stato il primo, nel nostro Paese, a trapiantare il polmone da vivente, nel gennaio di quest’anno. Ci può raccontare qualcosa di questi interventi da primato? Qual è il segreto per tagliare tanti traguardi? 

Segreti non ce ne sono. Non credo di essere una persona speciale, ma piuttosto di aver vissuto molte esperienze speciali, che sono andate ad arricchire un bagaglio di conoscenze e di competenze, da utilizzare e valorizzare in ambiti affini. 

Mi spiego meglio. Il trapianto di fegato viene considerato l’intervento chirurgico più complesso che ci sia. È facile intuire come la complessità cresca ulteriormente se lo si esegue dividendo in due l’organo, con la tecnica dello split liver. Questa complessità rappresenta, oltre a una formidabile arma terapeutica, anche un’incredibile palestra per sviluppare competenze tecniche e di gestione dei malati. Queste conoscenze possono essere poi riutilizzate, con i dovuti “mutatis mutandis”, ed estese ad altri ambiti. 

Allora, la divisione del fegato, in cui si ha una parte dell’organo, quella più piccola, che viene trapiantata nei bambini e la parte più grande trapiantata in un adulto, è una tecnica interessante ancora oggi, che consente di trapiantare i bambini senza sottrarre organi al pool dei riceventi adulti, che è molto più numeroso. Quello che abbiamo fatto è stato mutuare questa tecnica, che utilizzavamo da tempo, anche nel trapianto di due adulti. Per riuscirci, con lo sguardo rivolto alle prime esperienze internazionali di trapianto di fegato da vivente, siamo riusciti a dividere il fegato in due parti più simili tra loro, per consentire a due adulti di ricevere l’organo.

Per quanto riguarda il trapianto di intestino in bambini di età inferiore ai 10 anni, il discorso non è molto diverso da quello appena fatto. In questo tipo di intervento, si trapiantano più organi, a seconda delle necessità del paziente, e spesso è coinvolto anche il fegato. Non è strano, quindi, che l’Ospedale Papa Giovanni XXIII, che eseguiva più trapianti di fegato nei bambini in Italia, si occupasse anche dei piccoli pazienti che avevano bisogno del trapianto intestinale e quindi siamo partiti anche con quello e, in parallelo, abbiamo sviluppato il trapianto di polmoni. Avendo la consuetudine a dividere il fegato, abbiamo iniziato a dividere anche i polmoni per trapiantare i bambini con un polmone di un donatore adulto. Il trapianto di polmone da vivente, che è l’ultimo primato raggiunto in ordine di tempo, è un’applicazione della tecnica appena descritta. 

Possiamo soffermarci un attimo sull’ultimo primato, quello del trapianto di polmone da vivente?

Il trapianto da vivente di polmone esiste nel mondo, per quanto raramente effettuato, ed è consentito anche in Italia da una legge del 2012. Iniziato negli Stati Uniti, è impiegato soprattutto nei Paesi orientali, come il Giappone e la Corea, che hanno difficoltà ad accettare culturalmente la donazione da persona deceduta. Nel mondo occidentale, invece, a parte alcune esperienze negli Stati Uniti, questa tecnica di trapianto non ha mai preso piede e anche in Italia, fino al nostro intervento di gennaio, non era mai stato fatto. Il motivo principale è che, dato che i polmoni sono soggetti, molto più degli altri organi, al problema del rigetto, si cerca di trapiantarne due, nel tentativo di preservare la funzionalità organica del ricevente, a rischio di essere compromessa in modo severo. Questo significa, nel caso di trapianto da vivente, due donatori per un solo ricevente, ai quali si toglie un lobo ciascuno, con un bilancio di tre interventi e di due persone sane a rischio, oltretutto in una tipologia di trapianto che, rispetto agli altri, presenta dati di sopravvivenza inferiori. Da sottolineare, inoltre, che il polmone, a differenza, ad esempio, del fegato, non si rigenera e quindi il donatore dovrà convivere con una riduzione del 20 per cento della sua funzione polmonare complessiva.  

Il nostro è stato, dunque, il primo trapianto di polmone da donatore vivente in Italia, perché sussisteva una condizione che rendeva questo intervento particolarmente indicato. Il ricevente è un bambino che aveva riportato danni gravi e irreversibili ai polmoni come complicanza di un trapianto di midollo, effettuato per far fronte a una malattia del sangue, la talassemia. I danni ai polmoni sono un problema frequente nel trapianto di midollo, il quale, come sede dell’identità immunologica della persona, riconosce come estranei gli organi del ricevente e li rigetta.

La peculiarità di questo caso è, però, che il midollo trapiantato non era ricevuto da un estraneo rintracciato con il database internazionale, ma il donatore del bimbo era suo padre, dal quale il piccolo ‘ha ereditato tutto il sistema immunitario’, che ha sostituito completamente il suo. Questa condizione era perfetta per chiedere al padre la disponibilità a donare anche un lobo del polmone, che non sarebbe mai stato rigettato, perché è come se fosse trapiantato un organo proprio.

Quando mi hanno segnalato questo caso, ho pensato subito a questa opportunità, che peraltro ci è capitato di percorrere in altre situazioni uguali, ma sempre, fino ad allora, con il trapianto di fegato.

Abbiamo quindi studiato bene tutti gli aspetti, decidendo per l’intervento, che è durato 11 ore e ha coinvolto decine di sanitari.

Quali sono le prossime frontiere della chirurgia dei trapianti?

Si sta lavorando molto sulle tecniche di perfusione extracorporea, che consentono di allungare il tempo di conservazione degli organi dei donatori, di migliorarne la qualità e di valutarne l’efficienza in condizioni standard. Ciascuno di questi tre aspetti è estremamente importante e nessuno di essi è stato ancora esplorato fino in fondo. La perfusione extracorporea fornisce una prospettiva importantissima di utilizzo anche dei donatori a cuore non battente, nei quali il protratto arresto cardiaco teoricamente danneggia in modo più o meno reversibile tutti gli organi. Un altro orizzonte, un po’ più lontano, è rappresentato dalla possibilità di riuscire a curare malattie, senza sostituire l’organo, una prospettiva già concreta per l’epatite C, tra le prime cause di trapianto di fegato. Esistono, poi, tutti gli studi sull’immunologia dei trapianti, nel tentativo di fare in modo che i pazienti trapiantati non abbiano più bisogno di assumere i farmaci immunosoppressori. Si tratta di un’attività di ricerca estremamente attiva, che spero possa dare i suoi frutti nel prossimo futuro. 

 

Il 29 luglio del 2023, una donna bergamasca di 55 anni ha ricevuto il trapianto di fegato numero duemila dell’Ospedale di Bergamo. L’organo è arrivato da un donatore deceduto in Grecia, grazie a una convenzione bilaterale con il nostro Paese. Risultati di eccellenza nei trapianti, insomma, non sono solo un fattore chirurgico, ma anche il frutto di scelte di politica sanitaria, come quelle che portano a questi accordi internazionali. Cosa ci può dire in proposito?

La politica sanitaria ha un impatto importantissimo su tutta la sanità e sui trapianti in particolare, essendo attività complesse che risentono in particolar modo dell’efficienza dell’organizzazione sanitaria. E ciò è vero sia in ambito internazionale, sia in ambito nazionale, regionale e locale. Ne è dimostrazione il fatto che la percentuale di donazione, che si misura in donatori all’anno per milione di abitanti, è molto diversa da Paese a Paese e, in Italia, da regione a regione. Questo avviene proprio perché le scelte di politica sanitaria influenzano la disponibilità o meno di donatori, un dato che non è legato solo alla volontà di donare della popolazione, ma che richiede uno sforzo organizzativo enorme.

Un altro elemento chiave è la ricerca: più essa viene incoraggiata e sostenuta, più rapidamente si possono raggiungere i risultati sperati. Altri investimenti sono richiesti, poi, per traslare gli studi teorici nella pratica clinica. La perfusione extracorporea degli organi, di cui ho appena parlato, può essere portata ad esempio emblematico di un’attività che produce costi in termini di apparecchiature e di personale, ma a fronte del beneficio di trapiantare di più e meglio. Tale costo deve essere riconosciuto con un rimborso, da parte dell’ente regolatore, agli ospedali che lavorano in questo campo.

 Il professor Michele Colledan e la sua équipe al 2000esimo trapianto

 

Fondazione Trapianti Onlus, in occasione della Giornata Nazionale della Donazione e del Trapianto 2023, ha iniziato ad attribuire la “Stella di Fondazione Trapianti” agli ospedali che si distinguano nelle azioni di governo, nella gestione clinica del processo di donazione e trapianto e nel complesso delle iniziative che favoriscono la crescita della cultura della donazione nella comunità civile. Nel mese di settembre 2023, la Fondazione ha conferito tale riconoscimento anche all’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Come valuta questa iniziativa?

La Stella di Fondazione Trapianti, così come ogni proposta capace di accendere i riflettori sui trapianti, è utile e assolutamente lodevole. Ancora oggi, spesso, in molti ospedali, tutto è legato all’iniziativa personale: basta che cambi un primario di una rianimazione perché, da un anno con l’altro, raddoppi o si dimezzi il tasso di donazione. E non deve essere così. L’attività di donazione e di trapianto deve essere frutto di una programmazione strategica e credo che un’azione di questo tipo serva a sottolineare questo aspetto, incoraggiando un approccio sistematico al tema.

Nella sua lunga carriera, ha assistito a tante “rinascite” grazie al trapianto. Cosa si prova a essere lo strumento chirurgico di questo miracolo? C’è una storia, tra le tante, che le è rimasta nel cuore?

Di storie ce ne sono tantissime. Il bambino che, quest’anno, ha ricevuto parte del polmone da una donazione da vivente di suo padre mi ha colpito particolarmente, ma non è certo l’unico ad essermi rimasto nel cuore.  

Anche solo completare l’intervento di trapianto e verificare che l’organo dia segni di ripresa è una sensazione magnifica. Vedere, poi, il successo concreto dell’operazione, con il paziente che ritorna in ospedale per le visite di controllo ed è in ottime condizioni, quando solo poco tempo prima era in fin di vita o, comunque, malato cronico, è incredibilmente entusiasmante.

Quando si tratta di bambini, le emozioni sono, ovviamente, amplificate. Tornano in ospedale per il follow up e, negli anni, non si riconoscono più, perché crescono, cambiano, diventano grandi, proprio grazie al trapianto. Si riconoscono i genitori, magari un po’ invecchiati. Fa veramente molta impressione. 

È un lavoro, quello del chirurgo – lo dico spesso – nel quale il delirio di onnipotenza è dietro l’angolo. In realtà, noi siamo solo degli strumenti che cercano di utilizzare le regole della biologia per fare qualcosa che consenta al paziente di guarire. Curiamo il paziente, non siamo noi a guarirlo. E tanto il successo sa essere entusiasmante, quanto l’insuccesso, sempre dietro l’angolo, può essere frustrante e generatore di disperazione, in un’iperbole difficile da percorrere. Fortunatamente, la mente umana conosce meccanismi di difesa incredibilmente efficaci.

Si parla tanto dell’emergenza della carenza dei medici: il problema tocca anche la chirurgia dei trapianti? Cosa si sente di dire ai giovani per incoraggiarli a scegliere questa professione?

Nonostante i trapianti rappresentino uno dei settori di punta della medicina, diventa sempre più difficile trovare giovani medici che scelgano questa attività, probabilmente scoraggiati dal grosso carico di impegno e di dedizione richiesti.

I guadagni dei chirurghi, specie trapiantologi, che ovviamente lavorano solo con il Servizio Sanitario Nazionale, non sono particolarmente interessanti: gli stipendi ospedalieri italiani sono tra i più bassi in Europa e questo non è un dato irrilevante. 

Infine, il contenzioso legale è diventato sempre più pesante, sia in sede civile che penale, e anche questo elemento orienta verso altre carriere. 

Quello che mi sento di dire ai giovani è che il mestiere di chirurgo trapiantologo è il più bello del mondo, perché consente di curare gravissime patologie restituendo la salute a chi non aveva altra speranza di vita se non nel trapianto. E questo è un grande privilegio.

Cosa possiamo dire, invece, a tutti coloro che non hanno ancora espresso il loro consenso alla donazione di organi? “Sin donante non hay trasplante”, affermano gli spagnoli, primi al mondo nella donazione di organi. Come fare a convincere gli indecisi? Il tasso di opposizione è sempre attorno al 30%: il silenzio assenso potrebbe essere il piccone per abbattere questo muro?

Dopo la morte non si è più proprietari di niente e questo discorso dovrebbe valere anche per i propri organi. Il silenzio assenso sarebbe sicuramente un meccanismo molto utile, come fondamentale è continuare a fare informazione per creare consapevolezza sul tema e ingenerare un cambiamento culturale. E se “senza un donatore, non c’è un trapianto”, è sicuramente vero anche il contrario, che “senza un trapianto, non c’è un donatore”, perché ciò che rende “donatore” una persona che ha espresso la volontà di donare i propri organi è che ci sia qualcuno che preleva gli organi e qualcun altro che li trapianta. Di qui l’importanza di un sistema che allochi gli organi e che li utilizzi, in un lavoro di rete che non sia il frutto di una somma di buone pratiche individuali ma di una strategia di politica sanitaria, che sappia porre obiettivi, fornire gli strumenti per raggiungerli e verificarne l’attuazione. 

Ora che è in pensione, le mancano il suo lavoro e i suoi collaboratori? 

Mi sto finalmente godendo la pensione. Ho molti interessi che finora, per il lavoro, ho trascurato e che adesso sto cercando coltivare un po’ di più. Può darsi che faccia ancora qualcosa nel prossimo futuro. Se ne sta parlando. Vedremo. E difficilmente sarà nel mondo dei trapianti, dove non potrei più svolgere il ruolo operativo proprio della mia professione di chirurgo. 

Mi mancano i miei collaboratori, ma ho lasciato una squadra formidabile che, dopo il mio pensionamento, è andata avanti senza neanche un minuto di rallentamento e ha appena tagliato il traguardo del trapianto di fegato numero 100 dell’anno. Sotto la mia direzione, non siamo mai arrivati a 100 trapianti in un anno! (Sorride, ndr). 

La chirurgia mi mancherà di sicuro. Più di tutto. Ma non si può fare il chirurgo per sempre e nel lavoro bisogna anche saper mettere un punto. 

Una cosa è certa. Auguro a chiunque di poter vivere tanti momenti entusiasmanti come quelli che ho vissuto io, nella mia professione. E ora, entro serenamente in un’altra fase della mia vita.

Tanti anni fa ha fondato un gruppo musicale, gli Aut Min Rock. Ci può dire qualcosa della sua passione per il rock? La sua pensione sarà forse a ritmo di musica? 

Sono appassionato del genere rock, sottofondo della mia vita, da sempre. Quando studiavo all’università, tenevo la musica a palla, come si dice… e anche in sala operatoria mi accompagnava nei miei interventi. Non sono l’unico, non sono il primo. Esiste addirittura della letteratura scientifica su come la musica possa incidere sulla qualità del lavoro e sugli outcome. 

Quando ero giovanissimo, come tantissimi ragazzini, avevo una band. Nei primi anni duemila, con dei colleghi, abbiamo messo insieme questo gruppo, gli Aut Min Rock, un nome “provvisorio” da ormai 15 anni, che richiama la sigla che veniva inserita nelle pubblicità radiofoniche quando la normativa richiedeva un’autorizzazione ministeriale. Il complesso si è andato evolvendo nel tempo. L’organico è cambiato più volte e ora è composto da sei persone, di cui cinque colleghi del Papa Giovanni – quattro medici e un’infermiera – e un musicista professionista. Ci esibiamo in eventi di beneficenza e collegati all’associazionismo e al mondo non profit.

Gli Aut Min Rock
Nella foto di apertura, il professor Michele Colledan con la targa di riconoscimento consegnata dalla ASST Papa Giovanni XXIII.

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