LA DONAZIONE DI RENE DA VIVENTE NON PRESENTA NESSUN PERICOLO: NUOVA CONFERMA DA UNO STUDIO CANADESE

La donazione di rene da vivente è una pratica che non comporta particolari rischi per il donatore: un’ulteriore conferma arriva da uno studio pubblicato recentemente sul “Journal of the American Medical Association” e condotto da un team di ricercatori del canadese Lawson Health Research Institute and London Health Sciences di London, Ontario. “Una volta si diceva che il donatore vive più a lungo rispetto alla popolazione generale: è plausibile, perché si tratta di un individuo selezionato per essere particolarmente sano”, ha commentato la professoressa Lucrezia Furian, direttrice del Centro trapianti rene e pancreas dell’Università di Padova, che conclude: “Gli studi più recenti, come quello di JAMA, hanno gruppi di controllo adeguati: non si fa riferimento alla popolazione generale, ma a persone con gli stessi requisiti di salute di chi ha donato. E i dati sono rassicuranti”. Secondo alcuni studi americani c’è un rischio aumentato di insufficienza renale “ma il dato assoluto è veramente minimo, nell’ordine dello 0,05%. Inoltre, i dati relativi all’Italia, dove la popolazione è più sana e il follow-up più puntuale, dicono che questo rischio non c’è”.

di Francesca Boldreghini

Uno studio pubblicato recentemente sul “Journal of the American Medical Association” e condotto da un team di ricercatori del canadese Lawson Health Research Institute and London Health Sciences di London, Ontario, dimostrano che la donazione di rene da vivente non causa un maggiore deterioramento della funzione renale rispetto ai non donatori. I dati raccolti, mettendo a confronto soggetti non donatori e persone donatrici a 7 anni dal prelievo del proprio rene, hanno rivelato che l’incidenza dell’ipertensione arteriosa, le variazioni della velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR) e i valori dell’albumina risultano sostanzialmente simili nelle due coorti. Lo studio ha preso in osservazione 924 donatori di rene viventi e 396 non donatori abbinati per stato di salute, reclutati da centri del Canada e dell’Australia tra il 2004 e il 2021. 

La donazione di rene da vivente, insomma, è una pratica che non comporta particolari rischi per il donatore e da questo studio pubblicato sul Jama arriva un’ulteriore conferma. Commentiamo i dati, punto per punto, con la professoressa Lucrezia Furian, direttrice del Centro trapianti rene e pancreas dell’Università di Padova.

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I vantaggi per il ricevente 

Per un paziente con insufficienza renale cronica terminale il trapianto è in assoluto la soluzione migliore: aumenta la sopravvivenza e migliora la qualità di vita. Il trapianto da donatore vivente ha il grande vantaggio di accelerare i tempi. “In Italia ci sono più di 6.000 persone in lista d’attesa per un rene” riporta Furian “Con un donatore vivente, una volta accertata l’idoneità alla donazione, si può procedere immediatamente, anche prima di iniziare la dialisi e questo è un grossissimo vantaggio perché riduce le comorbidità legate alla dialisi stessa”. 

Un secondo vantaggio sta nel fatto che il donatore viene screenato per essere una persona assolutamente sana e quindi la qualità dell’organo che viene trapiantato è molto buona. “Ciò non significa che la qualità dell’organo nel trapianto da donatore deceduto non sia buona, ma la situazione è diversa: si tratta di un individuo deceduto per varie cause, che ha subito eventi traumatici e che può avere comorbidità che in genere il donatore vivente non ha”.

I trapianti da donatore vivente in Italia 

“Nel nostro Paese il trapianto di rene da donatore vivente è ancora una realtà in implementazione”, spiega Lucrezia Furian, “Nel 2023 sono stati effettuati 2.256 trapianti di rene, di cui 346 da donatore vivente”. Il tasso di trapianto da vivente dell’Italia è più basso di quello di altri Paesi europei, circa un sesto di quello dell’Olanda, il Paese più virtuoso.

“Nel centro che dirigo eseguiamo circa 200 trapianti di rene l’anno di cui almeno una cinquantina da donatore vivente ma ci sono tantissimi centri, pur attrezzati, in cui ciò avviene molto raramente” racconta. 

Una grossa percentuale dei pazienti che si sottopongono a trapianto nelle regioni del Nord (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna in particolare), inclusi quelli che ricevono l’organo da donatore vivente, provengono dalle Regioni del Sud. “Bisognerebbe lavorare per distribuire in modo più omogeneo l’attività di trapianto nel nostro Paese”.

Le garanzie per il donatore 

“Ci sono alcune azioni veramente importanti per implementare il trapianto da donatore vivente”, prosegue Furian. “La prima è garantire la sicurezza dell’atto di donazione. Il che significa che per stabilire l’idoneità alla donazione viene condotto uno screening clinico molto accurato, che prevede non solo l’anamnesi clinica ma anche diversi esami di laboratorio e strumentali per accertare che non ci sia nessuna patologia renale o extra-renale e che la donazione non vada a impattare in nessun modo sull’aspettativa di benessere del donatore”.

L’intervento viene eseguito in laparoscopia per evitare cicatrici antiestetiche, ma soprattutto per velocizzare il recupero. “L’intervento mini-invasivo permette al donatore di tornare presto alla normale quotidianità: nel giro di 2 settimane può tornare al lavoro e anche in palestra, se lo desidera”.

È poi previsto un follow-up molto attento. “Ci accertiamo che il donatore abbia uno stile di vita sano. Grazie ai controlli periodici, solitamente annuali, qualunque alterazione dello stato di salute viene intercettato rapidamente. Il percorso del donatore non si conclude con l’atto della donazione, ma continua per tutta la vita”.

Chi può donare 

L’Italia è stato uno dei primi Paesi a dotarsi di una legislazione specifica. “La legge del 1967 dice che possono essere donatori non soltanto i familiari, ma anche persone ‘affettivamente relate al ricevente’, purché non ci siano costrizioni o interessi legati a questo gesto”, spiega la professoressa Furian. È consentita anche la donazione samaritana o altruistica, a vantaggio di una persona sconosciuta, che resterà anonima al donatore. “La persona più adatta per ricevere una donazione samaritana è quella che avrebbe un potenziale donatore vivente ma che non è compatibile”, spiega, affrontando il problema della compatibilità donatore-ricevente. 

“L’incompatibilità di gruppo sanguigno può essere superata con procedure di desensibilizzazione. Quando l’incompatibilità riguarda altri antigeni, per facilitare l’accesso al trapianto si ricorre a programmi di kidney paired donation (KPD) in cui le coppie donatore-ricevente che hanno un problema di compatibilità vengono abbinate tra loro per trovare delle combinazioni di compatibilità” spiega, aggiungendo con orgoglio che “In questo, Padova ha fatto da apripista, proponendo, prima nel mondo nel 2018, catene di trapianti che partono da donatori deceduti di buona qualità”.

 L’età non conta 

I donatori devono essere maggiorenni ma non c’è un limite superiore d’età. “Abbiamo eseguito trapianti di rene in cui il donatore era ultrasettantenne o addirittura ultraottantenne” riferisce Furian “Ciò che importa è che sia in buone condizioni di salute, con un basso rischio chirurgico e senza comorbidità che potrebbero essere peggiorate dall’atto di donazione”.

Per un giovane, ricevere un organo di un anziano non rappresenta un problema. “Il delta di età conta molto meno della possibilità di anticipare il trapianto ed evitare o abbreviare la dialisi. In più sappiamo che a pesare è l’età biologica e non quella cronologica: la funzione renale di un sessantenne in buona salute può durare decenni”. Indipendentemente dall’età del donatore, la durata media di un trapianto di rene da donatore vivente è 18-20 anni (con punte di 30-35 anni); è però possibile ripetere il trapianto più volte.

Le conseguenze per il donatore 

“Una volta si diceva che il donatore vive più a lungo rispetto alla popolazione generale: è plausibile, perché si tratta di un individuo selezionato per essere particolarmente sano” chiarisce l’esperta. Gli studi più recenti, come quello di JAMA, hanno gruppi di controlli adeguati: non si fa riferimento alla popolazione generale, ma a persone con gli stessi requisiti di salute di chi ha donato. E i dati sono rassicuranti. “Alcuni studi USA hanno suggerito che nei donatori c’è un potenziale rischio di insufficienza renale. Attenzione: il rischio relativo aumenta, ma il rischio assoluto è veramente minimo, nell’ordine dello 0,05%. Inoltre, i dati relativi all’Italia, dove la popolazione è più sana e il follow-up più puntuale, dicono che questo rischio non c’è”.

Chi considera la donazione può essere intimorito all’idea che il suo unico rene si ammali. “Bisogna spiegare che il fatto di essere risultato idoneo indica che una patologia renale al momento non c’è e che le patologie renali sono solitamente bilaterali, quindi, chi sviluppa insufficienza renale dopo la donazione, l’avrebbe sviluppata comunque”. Un eventuale tumore verrebbe verosimilmente individuato precocemente grazie all’ecografia annuale e rimosso senza necessità di nefrectomia. 

“Spesso i donatori sono fortemente motivati a donare fin dall’inizio, mentre è difficile convincere il ricevente” aggiunge Furian come considerazione finale “Se instilliamo nel ricevente il dubbio che stiamo portando via qualcosa alla persona cara, lo facciamo sentire in colpa ed è sbagliato. Il trapianto è una cosa buona per tutto il nucleo familiare e affettivo: donare e far stare bene una persona che si ama – che può tornare a lavorare, viaggiare, avere una vita normale – significa anche fare del bene a sé stessi”.